Una premessa

“…è la prima epidemia della storia dell’uomo che è sotto i riflettori sin dal momento della sua determinazione. Aspetto essenziale che rimanda a una delle specificità di questa nuova infezione: la presenza sin dall’inizio dei media ha azzerato la tradizionale distanza temporale che intercorre tra processo di chiarificazione di un fatto scientifico nuovo all’interno della comunità degli addetti ai lavori, e il processo di formazione di un’opinione pubblica in merito.”

Oggi se vi chiedessimo di datare queste righe vi verrebbe forse naturale pensarle scritte nel 2020, in questi mesi.

E invece si tratta di una riflessione di Andrea Tomasini e Stefano Vella pubblicata nel 2016 nel libro “Hiv/Aids: storia, cura, prevenzione” edito da Franco Angeli.

Quanto scritto solo pochi anni fa a proposito dell’epidemia di AIDS, potrebbe essere scritto oggi, a proposito della pandemia legata al Covid-19.

“L’AIDS è un attacco al cuore del sistema di valori e di credenze che caratterizza il contemporaneo vivere associato. L’HIV, cioè, va a confrontarsi con una visione del mondo e una percezione collettiva che è caratterizzata dalla potenza del sistema tecnico scientifico e l’AIDS pone la sua questione mettendosi in contrasto con quello che è diventato ormai il senso comune occidentale, cioè che tutto quante le questioni più importanti del vivere associato non sono soltanto suscettibili di risoluzione, ma vengono anche poste e presentate proprio in previsione della soluzione che, quasi per definizione, è pensata come possibile.”

Proveremo ora a ripercorrere a tratti la prima parte della storia di quella che rischiò di diventare una vera pandemia mondiale prima del COVID-19 per aiutarci a capire come, di fronte a un fenomeno nuovo, la scienza litiga e si divide, e di come occorrano a volte anni per trovare una lettura condivisa dei fenomeni (fino a prova contraria).

Troverete qua e là una “lampadina” 💡: sono dei piccoli inviti alla riflessione per approfondire le corrispondenze tra dinamiche di ieri e di oggi.

La storia dell’AIDS è fatta di ipotesi infondate e rivelatesi poi scorrette che hanno avuto conseguenze importanti sul piano sociale. È una storia dove trovano spazio negazionisti e premi Nobel, comunità e movimenti sociali, giornalisti e media.

Cure apparentemente efficaci si sono rivelate nel tempo insufficienti e cure rivelatesi efficaci hanno incontrato fazioni, via via sempre più minoritarie, di “dissidenti” anche in campo scientifico, capaci di assumere in alcune circostanze un ruolo determinante (e grave) nelle scelte politiche dei singoli Stati.

In modo forse non sempre ordinato tratteggeremo tre aspetti che ci paiono interessanti:

  • Alcuni momenti di conflitto tra scienziati
  • Il rapporto tra “dissidenti” negazionisti e media
  • Le interferenze tra scienza e politica

Come di tante controverse storie, anche di questa si è persa la memoria. Per questo abbiamo pensato di provare a scavare tra documenti d’epoca per riconoscere le analogie e le differenze con l’oggi, facendo una carrellata parziale di avvenimenti.

l lettore curioso troverà in queste pagine link e riferimenti ad articoli e pubblicazioni. Ma attenzione: vanno letti rispetto al tempo in cui sono stati pubblicati. Dubbi e domande lecite negli anni ’80 hanno trovato spesso risposta e molti meccanismi ancora non chiari in alcuni momenti di questa storia lo sono diventati in anni più recenti.

Alla fine di questo post troverete alcuni riferimenti bibliografici che vi permetteranno di approfondire alcuni aspetti.

Corriere della Sera italiani e AIDS

Archivio Corriere della Sera, 15 febbraio 1987. L’ottimismo politico dell’epoca non fu molto lungimirante: nel 1995 in Italia verranno registrati 4.500 decessi per AIDS.

L’epidemia di AIDS e “il cancro dei gay”

È il 1981 l’anno in cui negli Stati Uniti si inizia a parlare di una nuova malattia, per molto tempo definita “il cancro dei gay”. A partire da quell’anno si susseguirono nelle riviste scientifiche una serie di articoli che portarono a ipotizzare un’“epidemia di immunodeficienza tra gli omosessuali di sesso maschile”.

Questi articoli letti sulle basi delle conoscenze che abbiamo oggi si mostrano del tutto superati. Già dopo pochi mesi, col diffondersi degli stessi sintomi tra donne e uomini eterosessuali, le ipotesi iniziali apparvero ad alcuni insufficienti. Nonostante ciò la letteratura scientifica continuò ad indagare il problema concentrandosi, in assenza di ipotesi alternative, sull’omosessualità dei soggetti ipotizzando che fosse “lo stile di vita”, l’uso di droghe e abitudini sessuali “promiscue” a giustificare l’insorgenza di questa nuova sindrome mai manifestatasi in passato.

Nel 1983 erano oltre 1.000 gli statunitensi con i sintomi di questa nuova malattia, ma nonostante le richieste del Centers for Disease Control and Prevention americano (CDC) la politica USA si fece attendere prima di finanziare il mondo della ricerca e attuare politiche di prevenzione alla diffusione del virus (individuato nel 1984).

Le prime misure USA per contrastare l’epidemia di AIDS

Nel 1983 negli USA venne vietato ai gay di donare sangue (divieto rimosso nel 2015) e a partire dal 1985 venne vietato alle persone sieropositive di far ingresso negli Stati Uniti (divieto rimosso nel 2010). In Italia il divieto di donare sangue per gli omosessuali durerà invece dal 1991 al 2001.

Per comprendere il ruolo che allora, come oggi, ebbe la politica nella definizione di priorità e problemi ricordiamo che Ronald Reagan, Presidente degli Stati Uniti dal 1981, pronunciò in pubblico la parola AIDS solo nel 1985.

Il silenzio politico sul tema e le politiche intraprese dal Governo furono tra le ragioni che portarono a consolidare una comunità di attivisti che ebbe in seguito un ruolo attivo importante in materia di AIDS.

Occorre avere pazienza

La storia dell’AIDS mostra anche ai non addetti ai lavori come le ipotesi iniziali non siano sempre confermate col trascorrere del tempo. Non solo: l’intermediazione svolta dai giornali a volte semplifica le informazioni scientifiche, che invece, spesso richiedono tempi di verifica più lunghi della nostra fretta di sapere.

Un esempio

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicati il 20 novembre 2020 ci mostrano che tra i soggetti positivi al COVID-19 il 49% è maschio e il 51% è femmina.

Ma cercando su Google “le donne si ammalano meno di Covid” troverete una serie di articoli, pubblicati su siti e quotidiani online, che dicono il contrario (ne avevamo parlato qui). All’inzio dell’epidemia i dati a disposizione mostravano una forbice importante  tra soggetti positivi al Covid-19 di genere maschile e femminile. Questa forbice si è nel tempo però ridotta.

È invece il dato dei decessi che complessivamente mostra come le donne al momento sembrano morire meno degli uomini (42,5% vs 67,5%).

Visti i dati oggi disponibili sulla diffusione del virus prendereste per buoni i titoli di questa primavera?

Curiosità: Il sito Global Heat 5050 permette di confrontare i dati divisi per genere dei singoli paesi del mondo (non in tutti i paesi sono resi pubblici o sono aggiornati. A differenza degli Stati Uniti l’Italia non rende ad esempio disponibili i dati sulle ospedalizzazioni suddivisi per genere).

(*) Dato aggiornato al 18 novembre, fonte ISS.